Sharm el Sheikh, la terra dei papponi

Mare cielo e deserto sono davvero le uniche cose autentiche mai esistite a Sharm el Sheikh.
Una città inventata per far divertire l'italiano medio. Quello lampadato fin sotto la pianta dei piedi, il completo bianco di misto lino, l'occhiale da sole appoggiato in testa e il gladiatore tatuato sulla schiena o sul polpaccio. o sulla schiena e sul polpaccio.
Una città mangiata dai sacchi della spazzatura abbandonati a grappoli nel deserto, dal business, dalla contrattazione a ribasso ma comunque sfavorevole per il turista italiano-cetriolo di turno e d'altro business. Resort a destra e a sinistra, con piscina, con doppia piscina, con tripla quadrupla piscina messi a nuovo per la stagione di caccia. E bisogna prepararsi a correre di brutto perchè la preda in questione sei proprio tu e tutto quello che hai addosso. Ma bastano spiccioli di giorni di rodaggio e si è pronti a tutto. Si è pronti agli occhi teneri accigliati dei bimbi beduini corsi a rivendicare la propria mancia per averti tenuto le ciabatte nelle mani tutto il tempo che hai speso annegando gli occhi nella loro barriera corallina mozzafiato, si è pronti ai tassisti che ti guardano in faccia e dicono: tu dare 5 euro me, per accompagnarti a 200 metri di distanza, si è pronti anche ad essere fermati a ogni santissimo passo dall'egiziano di turno che vuole farti vedere le sue "mercanzie", le stesse di tutti gli altri, ma "senza stress capo. solo vedere" e ti trattiene dieci venti minuti a raccontarti la storiella delle essenze naturali "senza stress amigo. solo vedere", dei profumi senza alcool "senza stress. tu simpatico me", del the alla menta "io fare te buon prezzo. senza stress. tu provare", per poi farti un prezzo che è novanta volte più alto del prezzo che vale l'intero suo negozio tappezzato di pelo e ci si abitua alla pelle ruvida dei cammelli imboccati a pranzo e a cena di economico cartone e a Enrique Iglesias a cannone, ovunque.
Solo spiccioli di giorni e si riesce a attapparsi il naso senza mani.
Ci si guarda intorno e infondo c'è solo un cielo immenso impacchettato in un tramonto di rosa e d'arancioni pallidi e sotto di lui il nero d'un mare arrabbiato con se stesso. Sei sdraiato sul solito asciugamano a strisce bianche e gialle, sotto l'ultimo ombrellone della spiaggia, quello a picco sulla scogliera, la pelle unta da manate e manate di protezione solare ma con due ginocchia che comunque bruciano rosse ustionate dal sole.





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